La musica popolare e quella colta hanno sempre dialogato in un rapporto osmotico che ha visto, da una parte, brani di rara raffinatezza trarre ispirazione da temi popolari, e dall’altra canzonette, strambotti e strofe mutuate dal repertorio “alto”, che hanno dato vita a pezzi di larghissima diffusione. Questi ultimi, decontestualizzati dalla loro origine e deformati dalla pratica e dai mezzi di comunicazione, naturalmente imperfetti per l’epoca, hanno finito per costituire un corpus artistico che aveva tuttavia perso memoria di sé. Il canto popolare “La stringa”, diffuso ancora oggi a Roma e in tutto il Centro Italia, deriva, ad esempio, da un’egloga “rusticale” composta nel XVI secolo e attestata in fonti a stampa di area bolognese.
La frottola Vidi hor cogliendo rose, attribuita ad Alessandro Demofonte, presenta un testo “a catena”, in cui le chiuse di ciascuna strofa sono tratte da “La stringa”, che, all’orecchio degli ascoltatori dell’epoca, doveva rappresentare un richiamo immediatamente riconoscibile. Parimenti, melodie e pattern popolari di danza vennero impiegati per secoli da illustri compositori “alti” per creare brani oggi parte del repertorio classico: il duetto Zefiro torna (Claudio Monteverdi) è basato su un ostinato di ciaccona, danza proveniente addirittura dalle Americhe. Altre melodie popolari, come la danza detta Bergamasca (Johann H. Kapsberger) vennero impiegate anche in ambito religioso per comporre laudi in volgare a tema spirituale (Coferati, 1657), secondo la nobile tradizione dell’Oratorio avviata da San Filippo Neri a Roma nell’ambito della spinta controriformistica. Numerose sono le fonti a stampa coeve che riportano, tra arie, danze e madrigali, brani presentati come “Aria per cantar ottave”. Questi, da una parte, testimoniano una pratica già diffusa all’epoca di mutuare e combinare musiche e testi di diversa provenienza; dall’altra, richiamano la tradizione degli stornelli in ottava rima, tuttora viva grazie ai formidabili bardi dell’improvvisazione poetica toscana
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