Dialoghi delle Carmelitane è uno dei massimi capolavori del teatro musicale del Novecento. Andato in scena nel 1957, riscosse un certo successo, in verità per decenni ridimensionato dalla critica a causa del contenuto, considerato reazionario: da un lato perché la musica aderisce al tradizionale sistema tonale, pur con giochi di prestigio e alterazioni armoniche; dall’altro perché il libretto, tratto da una sceneggiatura di Georges Bernanos, narra di una storia vera dell’epoca del Terrore: sedici monache ghigliottinate nel 1794 a Compiègne per «aver tenuto raduni contro-rivoluzionari», dice l’editto che le condanna, in realtà perché semplicemente esistono, ossia per puro fanatismo. Ognuna delle religiose medita a suo modo sulla vita e sulla morte, tanto che i dialoghi che ne scaturiscono formano un vero e proprio conte philosophique; tra loro c’è chi, al momento supremo, vacilla e dubita, e chi, debole e inadatta alla vita all’inizio dell’opera, dimostra alla fine di saper affrontare a testa alta il supplizio. Il libretto, rapido e vario nelle scene, è messo in musica da Francis Poulenc con una forza e una capacità di emozionare che hanno pochi eguali.
La severità dell’ordine religioso trova un corrispettivo nella regia, ormai mitica, di Robert Carsen, che arriva dritta al cuore del dramma con una scena quasi nuda. A dirigere l’orchestra è chiamato il franco-canadese Yves Abel, mentre nel cast si segnala Ekaterina Bakanova, che torna al Regio dopo il trionfo ottenuto nell’ultima Manon di Massenet.
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