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Gian Francesco Malipiero, tra antico e moderno

Chi mi farà rivivere gli anni in cui sotto la mia penna, mentre trascrivevo i madrigali a cinque voci, vedevo rinascere i capolavori quasi per incanto? Non ricordo né sofferenze fisiche, né dubbi nel decifrare gli originali, ricordo solo il mio entusiasmo.

Il catalogo delle opere di Gian Francesco Malipiero è costellato da riferimenti alla musica italiana del passato. In ordine sparso si può leggere di una Sonata a tre, di Ricercari, si incontrano Cantari alla madrigalesca e ci si imbatte in riferimenti diretti ai grandi musicisti barocchi della penisola nella Vivaldiana e nell’Orfeide, di monteverdiana memoria. L’incontro del compositore veneto con la musica dei suoi illustri precedessori risale alla giovinezza, quando, appena ventenne, sfogliava per la prima volta i manoscritti del “divino” Claudio Monteverdi nella Biblioteca nazionale Marciana di Venezia. La fascinazione proseguirà negli anni successivi se è vero che, come ci racconta lo stesso musicista nelle sue note autobiografiche del 1945, La pietra del bando, “già nel 1904 all’Archiginnasio di Bologna studiav[a] e disegnav[a] la tastiera di un clavicembalo coi quarti di tono e una lira da un vaso greco” e che nel 1907 copiava “osservazioni di Franchino Gaffurio e di Gioseffo Zarlino sui modi e sugli strumenti degli antichi”. Il grande interesse verso danze e canzoni antiche era sempre accompagnato dall’attento sguardo agli sviluppi della musica moderna europea, verso la quale Malipiero nutriva sentimenti contrastanti; innamorato del linguaggio musicale di Claude Debussy e affascinato dalle conquiste di compositori quali Ravel, Stravinskij e Falla (si ascoltino i gorgheggi d’apertura dell’Orfeide e del Retablo de Maese Pedro affidati alla voce dei legni), soffrì il successo della musica dodecafonica e della sua grammatica (“Non contenti di aver spinto all’eccesso il tormento armonico, i schoenberghiani ora vorrebbero distruggere ogni idea tematica. Ma non vi riescono perché la cellula tematica esiste non appena due suoni si susseguono”). Di questa anima a un tempo antica e moderna, in bilico tra la contemplazione dei capolavori del passato e la necessità di rinnovamento del suo moderno linguaggio musicale, troviamo riscontro nelle sue memorie, in cui, riflettendo di architettura e arti figurative, lasciava trasparire le sue convinzioni:

L’arte di molti popoli giunse a noi attraverso la vita sotterranea delle tombe e delle città sepolte. […] L’archeologia fu intermediaria fra il passato e il presente delle varie civiltà e se riuscì a stabilire l’origine di molti capolavori, a rimetterli veramente in valore furono gli artisti che nelle opere ritornate alla luce ritrovarono il filo interrotto di una grande tradizione.

E ancora:

In ciascuna epoca lo stile si è affermato senza distruggere la tradizione. […] Prima che la macchina, la più grande nemica dell’umanità, distruggesse le tradizioni dell’architettura, tutto ciò che faceva parte della casa, dei palazzi, dei tempi […] corrispondeva allo stile dell’epoca.

Il suo tributo alla musica antica si risolse anche nella pubblicazione dell’opera di Monteverdi tra il 1926 e il 1932 e nelle edizioni vivaldiane pubblicate dopo la fine della seconda guerra mondiale. Insieme archeologo e demiurgo, Gian Francesco Malipiero si occupò anche di autori quali Alessandro Stradella, Baldassarre Galuppi e Giuseppe Tartini, iniettando nuova linfa nella ricerca sui capolavori musicali del passato della penisola. 

Nicholas Rocca

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