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Il ritorno di Gustav Mahler

È tornato a casa, il grande profugo di un tempo, è tornato trionfante in quella città che lui, esiliato, aveva lasciato soltanto pochi anni prima. In quella stessa sala dove una volta la sua volontà si era imposta con una forza demoniaca, agisce ora la forma spiritualizzata del defunto, risuona la sua opera.

Con queste parole Stefan Zweig descrive il ritorno a Vienna di Gustav Mahler, già gravemente malato. Per una pura coincidenza lo scrittore e il compositore si trovano sulla stessa nave che attraversa l’oceano Atlantico dall’America verso l’Europa. La considerazione di Mahler come compositore è arrivata dopo la sua morte, in vita è stato uno dei direttori d’orchestra più famosi e importanti della sua epoca. Proprio il lavoro come direttore lo teneva impegnato per nove mesi all’anno, lasciandogli nei tre mesi estivi il tempo per scrivere le sue sinfonie e i Lieder.

Il suo ritorno a Vienna coincide con il ritorno nella città che gli aveva assegnato il ruolo musicale di maggiore prestigio all’interno dell’impero austriaco. Mahler è stato il direttore della Imperial Regia Opera di Corte (oggi Wiener Staatsoper) per dieci anni (dal 1897 al 1907) ed è stato il fautore di un importante rinnovamento nel repertorio, contribuendo al miglioramento della qualità artistica.

Per Zweig e i suoi coetanei Mahler rappresentava quel desiderio che al tempo stesso risultava inavvicinabile a causa di un timore misterioso come ad esempio «non si osa avvicinarsi ad un cratere e guardare nella lava ardente». Il solo “vederlo” per strada, nei caffè, a teatro, era considerato un avvenimento. Il suo magnetismo si esprimeva ai massimi livelli sul palcoscenico: «il nostro sangue palpita della sua bacchetta: come un parafulmine incatena a sé la tensione di tutta un’atmosfera, così egli concentra su quella punta i nostri sentimenti traboccanti».

Indimenticabile per Zweig è dunque l’ultimo “avvistamento” di Mahler, quello sul rimorchiatore per scendere a terra una volta attraccati a Cherbourg: «un pallore mortale, immobile, con le palpebre chiuse» e ancora «uno sguardo che aveva una tristezza sconfinata, ma anche qualcos’altro, qualcosa che veniva trasfigurato dalla grandezza, qualcosa che nel sublime risuonava come musica».

Dopo la morte, racconta Zweig, la sua presenza è rimasta saldamente radicata in lui e nei giovani dell’epoca: nei movimenti dei direttori d’orchestra suoi allievi, nella voce di Joseph Kainz (attore di teatro austriaco), nel modo di suonare di alcuni artisti. E questa sua presenza è ovviamente ancora più forte all’Opera: «Da qualche parte lui è ancora lì, in quell’edificio, tra ruggine e macerie la sua essenza irradia ancora il suo fulgore, come talvolta la cenere che si sta spegnendo emana un ultimo bagliore».

 

Daniele Nabissi

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