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La Decima Sinfonia

Dove ascoltare?

Symphony No.10

Se si escludono i cimenti cameristici degli anni di formazione, di cui sopravvive come unica testimonianza il Quartetto per pianoforte e archi in la minore, il lascito compositivo di Gustav Mahler risiede di fatto nei Lieder e, soprattutto, nelle sinfonie. Di queste, nove furono portate a termine: immense, tracimanti, ambiziose immagini dell’universale. Una decima attendeva di essere completata, sul suo scrittoio, quando la morte lo colse, il 18 maggio del 1911.

La stesura del primo movimento, l’Adagio (l’unico a raggiungere uno stadio di verosimile compiutezza), aveva tenuto impegnato il compositore nei mesi estivi del 1910, trascorsi tra le cime di Dobbiaco – in quegli spiragli di tempo, s’intende, in cui l’intensa attività di direttore d’orchestra e le preoccupazioni dovute all’imminente debutto dell’Ottava (la «Sinfonia dei Mille») gli concedevano qualche tregua.

Nel corso di quella stessa estate altoatesina Mahler era venuto a conoscenza della relazione tra la moglie Alma e il giovane architetto Walter Gropius, caposcuola della Bauhaus, il quale per errore (almeno secondo la sua ricostruzione) aveva apposto il nome e l’indirizzo del compositore ad una lettera appassionata in cui pregava Alma di lasciare il marito. Il dolore provocato da questa scoperta segnò inevitabilmente gli ultimi mesi di vita di Mahler. La composizione si rivelò, in un primo momento, esercizio catartico; ma per poco, dal momento che, con l’approssimarsi dell'inverno, la routine concertistica lo avrebbe di nuovo assorbito, distogliendolo definitivamente dalla stesura della sua ultima opera. Mahler non avrebbe conosciuto altre estati.

L’Adagio che apre questa “incompiuta” è un luogo di dissociazione, una sconsolata dichiarazione di inconciliabilità tra l’uno e il tutto. Il recitativo all’unisono intonato nelle prime battute dalle viole suona come la preghiera confusa di un’anima non solo dolente, ma anche persa, disorientata. D’altra parte, il melodiare spasmodico con cui l’orchestra accoglie questa voce errante non sembra risolverne le esitazioni e le incertezze. Anzi, i due segmenti fondamentali da cui prende forma il movimento (il recitativo delle viole e l’accorata risposta orchestrale) si dispiegano su due piani temporali non allineati (Andante e Adagio), inconciliabili, appunto, come a segnare in modo inequivocabile una distanza, una frattura, una incompatibilità di fondo. Il recitativo ciclicamente ritorna, tremebondo, ansioso di tuffarsi nell’abbraccio universale; ma finisce per scoprirsi ogni volta affacciato su un mare di sirene, su un cielo dalle tinte violente, lacerato dal caos, come dimostra l’accordo spaventoso di nove suoni che squarcia in due il movimento. Questo tutto non pare fatto per perdersi, né per trovarsi. Stride piuttosto come l’urlo levato da una somma di solitudini. Il miracoloso finale, pacificato all’apparenza, ha invece i lineamenti sfocati di un miraggio; la sua consistenza è quella di un filo di luce sottile e impolverato che si insinui in una stanza da un varco socchiuso.

Dei restanti quattro movimenti Mahler non lasciò che schizzi, portati a uno stato più o meno avanzato. Nel 1924 Ernst Křenek completò il terzo movimento, Purgatorio; una prima ricostruzione integrale, invece, fu condotta nel 1960, col consenso di Alma, dal musicologo inglese Deryck Cooke.

Emanuele Vegetti

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