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Nel cinquantenario della morte di Šostakovič il Teatro alla Scala inaugura la Stagione con il suo capolavoro Una lady Macbeth del distretto di Mcensk, tratto dal racconto di Nikolaj Leskov in cui una giovane sposa con la complicità dell’amante uccide il marito e il tirannico suocero, ma viene scoperta e finisce per suicidarsi in Siberia, tradita da tutti. Dopo il debutto a San Pietroburgo, l’opera, che avrebbe dovuto essere il primo capitolo di una trilogia sulla condizione della donna in Russia, ebbe enorme successo in patria e all’estero. Stalin assistette a una rappresentazione a Mosca nel 1936; due giorni dopo apparve sulla Pravda la celebre stroncatura dal titolo “Caos invece di musica” con cui il regime metteva all’indice l’opera e il compositore. Anni dopo Šostakovič preparò una nuova versione che andò in scena a Mosca nel 1963 con il titolo Katarina Izmajlova, dopo che il sovrintendente Ghiringhelli aveva invano cercato di ottenerne la prima per la Scala. Oggi il Teatro presenta la versione del 1934 con la direzione del M° Chailly e il debutto del regista Vasily Barkhatov.
Con Il crepuscolo degli dèi va in scena l’ultima giornata dell’Anello del Nibelungo, prima dell’esecuzione completa di due cicli della Tetralogia. Si compie così il disegno registico di Sir David McVicar, che riporta il Ring ai suoi fondamenti mitici e alla sua linearità narrativa, inserendolo a buon diritto tra i punti di riferimento del canone occidentale. Tragedia antica, teatro barocco e dramma elisabettiano convergono in una lettura che identifica due episodi di commedia – Rheingold e Siegfried – e due affondi nella tragedia, Die Walküre e soprattutto Götterdämmerung, che segna l’approdo finale alla catastrofe.
La prima assoluta dell’estremo capolavoro di Giacomo Puccini ha luogo alla Scala il 25 aprile 1926. Il compositore era scomparso a Bruxelles il 29 novembre 1924, senza poter completare la partitura. Arturo Toscanini aveva chiesto a Franco Alfano di approntare un finale, la cui stesura restò problematica. La sera della Prima, Toscanini depose la bacchetta sull’ultima nota composta da Puccini, alla morte di Liù: un gesto rimasto nella storia della Scala e ricordato anche nell’allestimento pensato da Davide Livermore per il centenario pucciniano. Una produzione ricchissima, tra prodigi tecnologici e sapienza artigianale, che viene ripresa con la bacchetta di Nicola Luisotti.
L’opera che Claude Debussy trasse dal dramma simbolista di Maurice Maeterlink è tra i massimi esiti del teatro musicale d’ogni tempo. Il palcoscenico scaligero ricorda allestimenti di rilievo assoluto: basti ricordare le direzioni di Victor de Sabata nel 1948 e 1953, quella di Herbert von Karajan nel 1962 o lo storico allestimento di Antoine Vitez con Claudio Abbado sul podio nel 1986, mentre Georges Prêtre ha diretto le edizioni del 1973, 1977 e 2005. In una storia interpretativa così prestigiosa si inseriscono il ritorno della fresca intelligenza interpretativa di Maxime Pascal, tra i più coinvolgenti direttori francesi di oggi che alla Scala ha diretto importanti titoli contemporanei, e il debutto scaligero di Romeo Castellucci, un regista italiano di riferimento, regolarmente invitato nei grandi teatri e festival europei, la cui concezione di un teatro sacrale e visionario, profondamente radicato nella storia dell’arte, promette un incontro prezioso con il simbolismo dell’opera di Debussy.
Dopo il trittico di opere di Kurt Weill e l’apertura di Stagione in omaggio a Šostakovič, il Direttore Musicale M° Chailly aggiunge una nuova tappa fondamentale al suo percorso verdiano, completando la ricognizione dei titoli giovanili del compositore con l’opera della svolta. Il trionfo di Nabucodonosor alla Scala nel 1842 segna la definitiva affermazione del compositore ma anche la saldatura tra il teatro milanese (in senso più ampio il melodramma italiano) e il nascente spirito unitario e risorgimentale. La nuova produzione, in cui verranno eseguiti i divertissements composti da Verdi per la ripresa del 1848 a Bruxelles, vede debuttare alla Scala il talento ormai consolidato di Alessandro Talevi, regista sudafricano che ha ritrovato le sue origini italiane.
Il prossimo direttore Musicale del Teatro, Myung-Whun Chung, raggiunge il suo undicesimo titolo d’opera alla Scala (i concerti sono più di 140, in sede e in tournée) con questo nuovo allestimento di Carmen di Bizet coprodotto con il Covent Garden di Londra e il Teatro Real di Madrid. Chung è familiare con la musica francese anche per aver diretto l’Opéra Bastille e la Philharmonique di Radio France. Damiano Michieletto e lo scenografo Paolo Fantin riducono al minimo il colore locale per costruire uno spettacolo scarno ed efficace, concentrato sull’ineluttabile destino dei protagonisti.
Pietra miliare della storia del teatro musicale, nata dall’incontro tra la sensibilità del melodramma italiano e le atmosfere gotiche del romanzo di Walter Scott, Lucia di Lammermoor è vista dal regista Yannis Kokkos, che firmò questo allestimento nel 2003 per la bacchetta di Riccardo Chailly, come una caccia spietata la cui vittima è sospinta verso gli abissi della follia, evocata da Donizetti con il suono diafano dell’armonica a bicchieri. La ripresa è affidata a una direttrice esperta nel belcanto come Speranza Scappucci, che alla Scala ha debuttato con I Capuleti e i Montecchi di Bellini.
Croce e delizia della programmazione di ogni grande teatro, La traviata ha una storia particolare alla Scala, segnata dallo storico allestimento diretto da Carlo Maria Giulini nel 1953 con la regia di Luchino Visconti e Maria Callas protagonista. Un’interpretazione leggendaria con cui sembrava impossibile misurarsi finché nel 1990 Riccardo Muti non chiese un nuovo sontuoso allestimento alla regista Liliana Cavani, che si avvalse delle scene di Dante Ferretti e dei costui di Gabriella Pescucci: in scena solo giovani cantanti. È la produzione efficace e poetica che torna in scena anche nel 2026 diretta da Michele Gamba, impegnato negli ultimi anni alla Scala in titoli di rilievo come Rigoletto, Médée, Turandot e Tosca.
Tra i titoli del repertorio francese più apprezzati dal pubblico per la felicità dell’invenzione melodica e la naturalezza del passo drammatico, Faust di Charles Gounod mancava dal palcoscenico del Piermarini dal 2010. Il nuovo allestimento, in coproduzione con il Palau de les Arts di Valencia e la Staatsoper di Berlino, segna un ritorno, quello del direttore Daniele Rustioni, che sta per concludere il suo impegno da direttore Principale dell’Opéra de Lyon e che manca dalla Scala dal Trovatore del 2014, e un debutto, quello del regista Johannes Erath, musicista di formazione, la cui produzione di Ermione per il Festival Rossini del 2024 ha vinto il Premio Abbiati della critica italiana come miglior spettacolo.
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