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Torna al Maggio l'allestimento di Tosca, il capolavoro pucciniano, firmato da Massimo Popolizio e con la direzione di Michele Gamba. Il 14 gennaio del 1900 al Teatro Costanzi di Roma debutta Tosca, opera in tre attidi Giacomo Puccini su libretto di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa. La fonte è il dramma storico La Tosca di Victorien Sardou, scritto nel 1887 appositamente per l’attrice Sarah Bernhardt. Puccini si era infiammato per quel soggetto dopo aver assistito a una recita teatrale e fece di tutto per trasformarlo in opera. Tuttavia, l’editore Ricordi affidò inizialmente il progetto a un altro compositore, Alberto Franchetti, salvo poi rimetterlo nelle mani di Puccini nel 1895. Per realizzare il libretto di Tosca viene riconfermato il tandem Illica-Giacosa, già collaudato con successo ne La bohème. Ma i lavori procedono a rilento e con numerose lagnanze da parte dei librettisti. Entrambi ritengono il dramma di Sardou inadatto alla trasposizione operistica per i troppi avvenimenti che prendono il sopravvento sulla poesia. Puccini, invece, dal canto suo non se ne preoccupa e seguendo solo il suo intuito musicale nel 1899 firma quello che di lì a breve diventerà un altro suo grande capolavoro. Tosca è dunque un’opera d’azione dove la tensione non si allenta mai e in cui il discorso musicale deve necessariamente procedere senza sosta, salvo rare eccezioni. Questo induce il compositore lucchese ad adottare una tecnica narrativa costruita sua una fitta rete di motivi brevi e ricorrenti - spesso combinati tra loro - per commentare il frenetico svolgersi della vicenda. L’azione è ambientata nella Roma papale al tempo della battaglia di Marengo. I protagonisti Floria Tosca, primadonna al quadrato passionale e volitiva, e il suo amante Mario Cavaradossi, pittore dalle simpatie liberali e anticlericale convinto, sono ostacolati dal barone Scarpia, capo della polizia borbonica a servizio del papato. Animato da torbide passioni e da un’innata malvagità, il barone, come un sadico burattinaio, determina l’andamento degli eventi dall’inizio alla fine. Feroce persecutore di Mario prima e di Tosca poi (fino a quando non viene assassinato dalla donna dopo un tentativo di violenza su quest'ultima), Scarpia continua ad aleggiare come un fantasma in orchestra anche da morto con la ripetizione del suo tema minaccioso costruito sul tritono, l’intervallo sinistro che da secoli in musica è associato al Male. Ma l’atmosfera drammatica della storia, che prevede tre morti violente in scena (un accoltellamento, una fucilazione e un suicidio), è accentuata ulteriormente da Puccini anche attraverso una scrittura orchestrale carica di dissonanze e tensioni, che anticipano l’estetica espressionista, e una vocalità spesso esasperata e spinta al limite.
Pagliacci
Pagliacci, opera in due atti con prologo, di Ruggero Leoncavallo, si colloca sulla fortunata scia di Cavalleria rusticana, che aveva aperto la strada al filone del teatro verista. Il libretto, approntato dallo stesso autore, è tratto da un argomento di cronaca nera, un delitto passionale realmente accaduto a Montalto Uffugo, il paese della Calabria dove viveva il compositore da giovane. Rappresentata al Teatro Dal Verme di Milano il 21 maggio 1892, sotto la bacchetta di Toscanini, l’opera raggiunse fama internazionale in brevissimo tempo. L’ambientazione popolare, dove i sentimenti violenti sono restituiti da una vocalità convulsa, fa da sfondo al dramma della gelosia di Canio, capocomico di una compagnia itinerante. Grazie al sottile espediente narrativo del teatro nel teatro, della vita reale che si consuma nella commedia recitata sulle scene, Leoncavallo potenzia la carica drammatica del soggetto. Il demone della gelosia che divora il protagonista, uomo infelice nella realtà e nella finzione, non può che condurlo alla catastrofe finale, con l’efferato omicidio della moglie adultera Nedda e del suo sfortunato amante.
Cavalleria rusticana
Al concorso indetto dall’editore Sonzogno nel 1888, per un’opera in un atto unico, si classifica al primo posto Cavalleria rusticana, lavoro di Pietro Mascagni, allora compositore ventenne di belle speranze. Fin dal suo debutto, al Teatro Costanzi di Roma il 17 maggio 1890, l’opera di Mascagni si guadagna un meritato e strepitoso successo, complici un soggetto di grande attualità, l’omonima novella di Giovanni Verga ridotta a libretto da Guido Menasci e Giovanni Targioni-Tozzetti, e una musica che, dalle arie dei protagonisti ai duetti, dal Preludio fino al celebre Intermezzo, è pervasa da una passionalità senza pari. Cavalleria rusticana è una storia di amori tormentati, passioni brucianti, gelosie e vendette che si conclude nel sangue nel giorno di Pasqua. Nel momento in cui la cristianità celebra il trionfo della vita sulla morte, per i protagonisti dell’opera non c’è posto per la redenzione o il perdono. Solo la giustizia sommaria, in punta di coltello, avrà il potere di vendicare l’onore perduto e l’onta del tradimento.
Il castello di Barbablù
Il castello del principe Barbablù, opera in un atto su libretto di Béla Balàzs fu composta da Bartók nel 1911 ma rappresentata solo sette anni dopo, il 24 maggio 1918 al Teatro dell’Opera di Budapest. Il libretto proposto da Balàzs recupera la figura della tradizione favolistica dello spietato Barbablù per calarla in una cornice simbolista sulla scia del Pelléas et Melisande di Debussy-Maeterlinck. L’opera, articolata in nove scene, prevede solo due protagonisti: Barbablù e la moglie Judith che si esprimono con un canto, prevalentemente recitativo, basato su scale pentatoniche di tradizione popolare ungherese. L’azione si svolge nel castello del principe in epoca medievale. Un prologo recitato da un bardo introduce la prima scena che descrive la risolutezza di Judith nel voler seguire il marito nel suo lugubre e misterioso castello. La donna vuole però conoscere il passato di Barbablù e inizia ad aprire una dopo l’altra le sette porte segrete del castello. Con sgomento scopre stanze e luoghi sinistri macchiati di sangue, elemento cardine dell’opera associato da Bartók all’accordo di seconda minore, il più dissonante in assoluto. Nell’aprire la settima e ultima porta, Judith teme di trovare i cadaveri delle precedenti mogli assassinate ma invece vedrà sfilare davanti ai suoi occhi tre donne vive e riccamente abbigliate. Sono le donne del mattino, del meriggio e della sera che ormai appartengono solo al mondo dei ricordi di Barbablù. Judith, come donna della notte, dopo essere stata incoronata e ricoperta di gioielli dal marito, le seguirà per sempre nella settima stanza, la cui porta si chiude facendo ripiombare il castello nell’oscurità.
La voix humaine
Nel 1930 Jean Cocteau aveva portato sulle scene della Comédie-Française La voix humaine, dramma della solitudine e disperazione di una giovane donna abbandonata dal suo amante. La proposta di realizzare un’opera su quel soggetto giunse a Francis Poulenc da Hervé Dugardin, allora direttore della filiale parigina di Casa Ricordi. Il compositore, che già aveva messo in musica testi Jean Cocteau, accettò volentieri la sfida di adattare un testo squisitamente teatrale alle esigenze della musica e la sua versione de La voix humaine debuttò al Théâtre national de l'Opéra-Comique il 6 febbraio del 1959. Unico personaggio in scena, la protagonista - definita genericamente Elle (lei) - parla al telefono con l’amante di cui non udiamo mai la voce ma le cui risposte sono intuibili dal cambio di tono di Elle. Impegnata in un lungo monologo attaccato al filo del telefono, Elle è un ruolo vocale complesso, a metà tra teatro di prosa e teatro musicale che richiede parimenti doti vocali e attoriali. Ne La voix humaine di Poulenc tutto sta infatti nella voce, nella capacità camaleontica di restituire ogni sfumatura dello stato emotivo della protagonista: l’apparente calma iniziale, il dubbio, l’incomprensione, la solitudine, l’agitazione, la disperazione, il tormento fino all’affranto “je t’aime” finale che chiude la telefonata e l’opera in modo perentorio e sconsolato.
Opera inedita a Firenze con Lawrence Renes sul podio, un grande promotore delle musiche di Adams che ha frequentemente diretto e inciso, e la regia e le scene firmate da Luca Guadagnino, per la prima volta al Maggio Musicale Fiorentino.
“The Death of Klinghoffer interroga fin dal suo apparire la profonda complessità di conflitti che affondano nel mito per irrompere nella storia” – commenta il regista Luca Guadagnino che firma anche le scene - “La sublime purezza della musica di John Adams e del libretto di Alice Goodman saranno la mia guida ferma per mettere in scena questa immensa opera al Maggio Fiorentino che sono onorato di aprire nella stagione 2026”.
The Death of Klinghoffer è un’opera in un prologo e due atti del compositore John Adams su libretto della poetessa Alice Goodman, andata in scena per la prima volta a Bruxelles al Teatro de la Monnaie nel 1991. In Italia è stata rappresentata solo nel 2002 a Ferrara e a Modena. L’opera prende spunto dal clamoroso fatto di cronaca dell’ottobre 1985: il sequestro e dirottamento della nave italiana da crociera Achille Lauro da parte di terroristi del Fronte per la liberazione della Palestina. La vicenda, che calamitò l’attenzione di tutto il mondo, si concluse con l’assassinio di uno dei passeggeri, Leonard Klinghoffer, cittadino statunitense di religione ebraica, costretto su una sedia a rotelle, e il cui corpo fu poi gettato in mare dai terroristi.
Nel 1857 Verdi viene ingaggiato per scrivere un’opera per il Teatro San Carlo di Napoli e subito inizia la caccia al soggetto perfetto. La prima idea è Re Lear di Shakespeare ma la mancanza di tempo lo costringe a ripiegare su un libretto di Scribe, Gustave III ou Le bal masqué, già musicato da Auber e da Mercadante. La storia si ispirava a un fatto storico accaduto nel 1792: l’omicidio di re Gustavo III di Svezia ad opera di un suo cortigiano durante un ballo. L’argomento era indubbiamente scomodo, l’uccisione in scena di un monarca non poteva lasciare indifferenti i censori napoletani, che infatti intervennero imponendo a Verdi numerosi tagli e modifiche. Ma l’autore teneva troppo ai tratti settecenteschi e allo stile brillante di ascendenza francese della sua nuova opera per poter accettare, tra le tante richieste, di spostare l’azione nel dodicesimo secolo dove sarebbe stato impossibile «trovare un principotto, un duca, un diavolo, sia pure del Nord, che avesse visto un po’ di mondo e sentito l’odore della corte di Luigi XIV». Naufragato così il debutto napoletano, Un ballo in maschera sarà allestito al Teatro Apollo di Roma, dove andrà in scena il 17 febbraio 1859.
Giulio Cesare in Egitto debuttò al King’s Theatre di Londra il 20 febbraio 1724. Al tempo Händel era il compositore più stimato in terra inglese nonché direttore della Royal Academy of Music che, dal 1719, promuoveva con successo l’opera italiana a Londra. Giulio Cesare, dramma musicale in tre atti su libretto di Nicola Francesco Haym, fu accolto da un grande trionfo seguito da tredici repliche con il teatro completamente esaurito. L’opera si basa sull'episodio storico della campagna in Egitto ingaggiata da Cesare per inseguire il nemico Pompeo dopo la battaglia di Farsalo. In Egitto Cesare incontrerà il re Tolomeo, scaltro e ingannevole, e la conturbante Cleopatra, che cercherà di sedurlo a proprio vantaggio salvo poi innamorarsi di lui veramente. L’opera rappresentava un campionario perfetto di meraviglie barocche: un cast vocale di prim’ordine, che annoverava nel ruolo del protagonista il famoso castrato Senesino e in quello di Cleopatra il soprano Francesca Cuzzoni, una messinscena fastosa e spettacolare, una musica raffinata e di pregevole fattura. Nella continua scansione di recitativi e arie, tipica dell’opera settecentesca, Giulio Cesare racchiude alcune tra le pagine più apprezzate del compositore come il recitativo accompagnato “Alma del gran Pompeo”, intonato dal protagonista davanti all’urna del nemico Pompeo assassinato.
«Ho visto Wozzeck in scena, prima della guerra, e ne ho ricavato una così incredibile impressione che mi sono deciso di metterlo immediatamente in musica». Così scriveva Alban Berg all’amico e collega Anton Webern nel 1918, epoca in cui il suo nome era conosciuto solo nella ristretta cerchia degli allievi di Schoenberg. La fama e l’affermazione internazionale arriveranno qualche anno dopo e proprio grazie a Wozzeck, opera ispirata all’omonimo romanzo di Georg Büchner, che diventerà ben presto un’opera simbolo del primo Novecento nonché emblema del teatro espressionista. Nel testo di Büchner Alban Berg aveva infatti individuato temi particolarmente cari alla poetica espressionista quali l’incubo, l’alienazione mentale, l’omicidio brutale. L’opera in tre atti e quindici quadri debuttò alla Staatsoper di Berlino il 14 dicembre del 1925 riscuotendo notevole successo. Berg concepì l’opera come un sistema di forme chiuse dove ogni scena di ogni atto rimanda a una struttura formale della tradizione strumentale occidentale come la suite, la rapsodia, la marcia, la passacaglia, per citarne solo alcune, riviste attraverso una scrittura orchestrale livida e angosciata. Sul versante della vocalità, spicca il canto quasi parlato in Sprechgesang di Wozzeck, che rinunciando a ogni artificio melodico sottolinea la dolente umanità del protagonista.
La Fondazione Teatro del Maggio Musicale Fiorentino e la Fondazione “Musica per Roma” annunciano l’importante commissione di una nuova opera lirica: Romanzo criminale tratta dal best seller di Giancarlo De Cataldo. L’opera, con le musiche e la direzione di Nicola Piovani, il libretto di De Cataldo e la regia di Massimo Popolizio, programmata al Teatro del Maggio Fiorentino a ottobre 2026, andrà in scena a Roma all’Auditorium Parco della Musica "Ennio Morricone" nel 2027.
“Sono assolutamente entusiasta, emozionato e immensamente felice di questo progetto” così esordisce Giancarlo De Cataldo all’annuncio della nuova opera lirica tratta dal suo romanzo, “È quasi come se stessi vivendo in un sogno” - continua lo scrittore – “Un'opera lirica tratta da Romanzo criminale è per me proprio un sogno che si avvera. È grazie a Carlo Fuortes che mi sono avvicinato al mondo dell’opera e ne sono rimasto sedotto e innamorato. Grazie a lui ho iniziato a frequentarlo in punta di piedi, e ora mi considero addirittura un neo-melomane; sapere che ora dal mio lavoro nasca addirittura un’opera lirica per me è una vera conquista. Romanzo criminale è un romanzo popolare di genere che è diventato un romanzo monumentale nel corso del tempo tanto che il suo valore è stato riconosciuto anche dalle Accademie; ha introdotto degli elementi letterari nel genere noir; ha dato vita a un film e a due serie televisive in questo modo aprendo delle piste e addirittura entrando nel linguaggio traslando il titolo originale in modi di dire: “Romanzo Quirinale”, per esempio; ora mi sembra ancora più spericolata quell'idea di aprire una pista nell'opera e mi piace enormemente farlo con Nicola Piovani e di farlo al Maggio Fiorentino e poi, ovviamente, anche a Roma. Anche Piovani è un artista che attraversa le varie forme musicali e inoltre - mi viene da dire - precisa De Cataldo - Nicola ha uno spettacolo storico, nato un suo libro con lo stesso titolo, che si chiama La musica è pericolosa; siccome hanno sempre accusato Romanzo criminale di essere pericoloso, mi sembra un giusto incontro tra quelli, lui e me, che “fanno male”. Il Teatro del Maggio è inoltre il luogo d’elezione dove, come dice il sovrintendente Fuortes, da sempre “la tradizione del nuovo” è la sua cifra distintiva, dove la sperimentazione e le contaminazioni tra le arti hanno casa e dove un progetto simile, che può diventare altrettanto un apripista, come lo sono stati il libro prima e poi il film e le due serie, può dunque prendere corpo con concretezza e credibilità.”
Gli fa eco Nicola Piovani, il celebre musicista e compositore Premio Oscar, alla sua terza opera lirica: “Progettare una nuova opera musicale è un’idea appassionante e gioiosa, ma piena di molti interrogativi e di un po’ di paura. Considero il teatro musicale una delle forme d’arte più alte inventate nei secoli dagli uomini. L’incrocio fra poesia, canto e azione scenica, coniugato con i colori dell’orchestra, ha per me un fascino celestiale e febbrile insieme. Sono felice di aver accettato l’invito di Carlo Fuortes a lavorare nel glorioso Teatro del Maggio e mi fa oltremodo piacere che l’opera verrà anche rappresentata a Roma all’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone. Una trama forte e un librettista di valore sono precondizioni perché si possa costruire un’opera musicale e, in questo caso, ci sono tutte e due: Giancarlo De Cataldo, oltre che un grande romanziere, è un conoscitore appassionato d’opera col quale mi sono inteso al volo. Intraprendiamo questo viaggio teatrale insieme con molto entusiasmo, e l’entusiasmo spesso aiuta. Romanzo criminale è il titolo di un grande libro e di un grande film. Provare a farlo diventare un’opera all’altezza non sarà facile: ma le scommesse difficili mi affascinano”.
Opera seria in un prologo e tre atti su libretto di Francesco Maria Piave, Simon Boccanegra debuttò al Teatro La Fenice di Venezia il 12 marzo 1857. Tuttavia, dopo molti anni, Verdi si convinse della necessità di rimettervi mano, e affiancato da Arrigo Boito per il libretto, ne approntò una seconda versione che esordì con successo il 24 marzo 1881 alla Scala di Milano. L’azione, ambientata a Genova e nelle sue vicinanze intorno alla metà del secolo XIV, racconta il dramma del protagonista, il Doge Boccanegra vittima di intrighi e congiure. Il soggetto era stato tratto dall’omonimo dramma dello spagnolo Antonio García Gutiérrez, al cui repertorio Verdi si era già ispirato in occasione del Trovatore. Dopo il debutto, la Gazzetta di Venezia definì il Boccanegra un’opera«troppo grande e severa», caratterizzata da una «tinta lugubre». Verdi, volutamente e proprio in virtù della natura di un dramma caratterizzato da sete di potere, desiderio di vendetta, e rispetto della ragione di stato, scelse di concentrare tutta l’attenzione sulle voci maschili di timbro scuro (bassi e baritoni) affidando a esse la narrazione delle lotte intestine che tormentano la repubblica di Genova.
Opera fantastica in un prologo, tre atti e un epilogo, Les contes d’Hoffmann di Jacques Offenbach fu rappresentata il 10 febbraio 1881 all’Opéra- Comique di Parigi. L’autore era morto da qualche mese e non aveva potuto completare quella partitura su cui aveva lavorato a lungo e a più riprese nel corso degli anni. Dopo un lungo tira e molla tra il direttore dell’Opéra-Comique Léon Carvalho e il librettista Jules Barbier, l’incarico di portare a termine il lavoro fu affidato a Ernest Guiraud, amico del defunto compositore. Offenbach aveva composto per i Contes una quantità copiosa di musica senza tuttavia riuscire a trovare una versione definitiva. La variabilità dei contenuti si riflette nell’assetto dell’opera, che è piena di salti temporali, interruzioni e divagazioni in puro stile hoffmanniano. E.T.A. Hoffmann, figura apicale del Romanticismo tedesco, è il protagonista della vicenda ambientata in diverse città europee nei primi anni del XIX secolo. Mentre Prologo ed Epilogo si svolgono a Norimberga nella taverna di Mastro Luther, dove Hoffmann inizia a raccontare le sue vicende amorose, gli atti intermedi si svolgono rispettivamente a Parigi, Monaco e Venezia e vedono al centro altrettante figure femminili: Olympia, Antonia e Giulietta, le donne amate dallo scrittore. Opera complessa e stratificata, intrisa di situazioni bizzarre, sortilegi diabolici e visioni, Les contes d’Hoffmann restituisce all’ascolto una varietà di atmosfere musicali piene di incanto.
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