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L’episodio di Paolo e Francesca, nel Canto V dell’Inferno, è una delle pagine della letteratura italiana che continuano, ancora oggi, ad appassionare generazioni di lettori. A quella vicenda s’ispirò Riccardo Zandonai per Francesca da Rimini, opera che debuttò al Regio nel 1914. Il soggetto è filtrato dalla tragedia omonima di Gabriele D’Annunzio, cui si deve l’intelaiatura teatrale e molti dei versi confluiti nel libretto di Tito Ricordi. Zandonai mise in musica la storia dei due amanti con un avanzato linguaggio armonico, dove i confini tra parola detta e cantata si assottigliano, tanto poesia e musica si compenetrano. Gli arcaismi tipici del verso di D’Annunzio trovano un equivalente musicale in Zandonai con l’inserimento, nel suo linguaggio moderno, di raffinati falsi storici e strumenti musicali dal sapore antico. Che vi interessi come oggetto culturale, o perché siete innamorati di D’Annunzio, o di Dante, o innamorati e basta, non ha importanza: Francesca da Rimini è un’opera tutta da scoprire.
Il titolo vedrà sul podio Andrea Battistoni, che, nella veste di Direttore musicale del Regio, ha tra i suoi obiettivi proprio la riproposizione di titoli meno frequentati del repertorio italiano. Una superstar internazionale come il tenore Roberto Alagna veste i panni di Paolo Malatesta; l’impervia e appassionata parte di Francesca è del soprano uzbeko Barno Ismatullaeva. Al gusto figurativo di Andrea Bernard, regista e architetto, è affidata la creazione del nuovo allestimento.
«Essere umani e buoni / e perdonare senza egoismo» è la morale illuministicamente enunciata alla fine del Ratto dal serraglio di Mozart dalle due coppie di protagonisti, appena sopravvissuti a disavventure che sarebbero tragiche (rapimento, schiavitù, minacce di supplizi e di morte) se non ci trovassimo in una commedia. Secondo il luogo comune, quest’opera con dialoghi parlati (tecnicamente un Singspiel) preparerebbe a Mozart il terreno per il futuro Flauto magico. Non è del tutto vero: Il ratto dal serraglio è un’opera dal carattere molto diverso, dove l’Oriente non è un luogo magico e carico di simboli, ma il luogo tipico del genere settecentesco della “turcheria”, dove tutto è assurdo, paradossale, capovolto. L’opera oscilla tra momenti buffi e seri, e così il suo linguaggio musicale, ricco di dettagli strumentali che sostengono una scrittura vocale sovente impervia, come nella virtuosistica parte sopranile di Konstanze. «Troppe note!» disse a Mozart l’imperatore Giuseppe II dopo la prima a Vienna nel 1782: rimprovero rimasto celebre, a dispetto del successo che l’opera ebbe e continua ad avere.
In scena l’elegante e variopinto allestimento dell’Opéra Royal de Versailles, firmato dall’attore e regista cinematografico francese Michel Fau. La direzione d’orchestra è consegnata nelle mani di Gianluca Capuano, vincitore del prestigioso premio “Abbiati” come Miglior Direttore nel 2022.
Con La Cenerentola, ossia La bontà in trionfo, andata in scena per la prima volta nel 1817, l’anno successivo al debutto del Barbiere di Siviglia, Rossini aggiunse alla sua vis comica, che gli aveva procurato il successo in tutta Europa, nuove sfumature sentimentali. La fiaba di Perrault, adattata da Jacopo Ferretti con alcune varianti (su tutte la matrigna che qui diventa patrigno e la scarpetta che diventa un braccialetto), gli offrì occasione di tingere i suoi crescendo di nuances malinconiche, di aprire i suoi ritmi forsennati a tocchi di poesia. Il risultato è un’opera dove i protagonisti, Cenerentola e il principe Don Ramiro, cantano i loro sentimenti effondendovi tutta la fragilità della giovinezza; e gli antagonisti, il patrigno Don Magnifico e le sorellastre, vi fanno da contraltare con un umorismo sapido e grottesco, di derivazione napoletana, non dimentico della radice europea della fiaba di Cenerentola nella terra di Basile.
Per quest’opera dove non ci si annoia mai, la regia è affidata a Manu Lalli, già applaudita al Maggio Musicale Fiorentino nel 2024, e la direzione d’orchestra ad Antonino Fogliani, bacchetta del belcanto tra le più autorevoli del momento. Cenerentola avrà la voce del soprano di coloratura Vasilisa Beržanskaya, dotata di un’incredibile escursione vocale. Con lei canteranno Nico Darmanin, Roberto De Candia e Carlo Lepore: tutte garanzie per una produzione memorabile anche dal punto di vista musicale.
Del Macbeth di Shakespeare non occorre dir nulla: non si può non conoscere e non amare la più cupa e profonda meditazione che la civiltà occidentale abbia prodotto sui temi del male, del potere, del destino, della colpa. Verdi lo mise in musica nel 1847, regalando al mondo un’opera di terrificante potenza, ammantata di una veste orchestrale nera e lucente, in cui sperimenta con inedita sapienza le “armi” dell’opera italiana per evocare streghe e fantasmi dalla bruma scozzese: e così abbiamo cabalette infuocate, marcette demoniache, danze infere, e un tipo di canto velato e soffocato, curato nelle minime inflessioni. Nulla della tragedia originale si perde, semmai si arricchisce. Verdi considerò questa sua decima opera la migliore che avesse composto fino a quel momento, nei giovanili anni di lavoro forsennato (o «di galera», come li chiamava lui).
Riccardo Muti dirige questo capolavoro da cinquant’anni, affinandolo sempre di più, e ne è oggi il massimo conoscitore. Il suo ritorno al Regio — il quarto in cinque anni — lo vedrà affiancato da Chiara Muti, ideatrice di un nuovo, attesissimo allestimento dell’opera. Nel ruolo del titolo il baritono Luca Micheletti — che essendo nato attore di prosa ha Shakespeare nel sangue — e in scena con lui una squadra di impeccabili cantanti verdiani come Lidia Fridman, Giovanni Sala e Ildebrando D’Arcangelo.
Dialoghi delle Carmelitane è uno dei massimi capolavori del teatro musicale del Novecento. Andato in scena nel 1957, riscosse un certo successo, in verità per decenni ridimensionato dalla critica a causa del contenuto, considerato reazionario: da un lato perché la musica aderisce al tradizionale sistema tonale, pur con giochi di prestigio e alterazioni armoniche; dall’altro perché il libretto, tratto da una sceneggiatura di Georges Bernanos, narra di una storia vera dell’epoca del Terrore: sedici monache ghigliottinate nel 1794 a Compiègne per «aver tenuto raduni contro-rivoluzionari», dice l’editto che le condanna, in realtà perché semplicemente esistono, ossia per puro fanatismo. Ognuna delle religiose medita a suo modo sulla vita e sulla morte, tanto che i dialoghi che ne scaturiscono formano un vero e proprio conte philosophique; tra loro c’è chi, al momento supremo, vacilla e dubita, e chi, debole e inadatta alla vita all’inizio dell’opera, dimostra alla fine di saper affrontare a testa alta il supplizio. Il libretto, rapido e vario nelle scene, è messo in musica da Francis Poulenc con una forza e una capacità di emozionare che hanno pochi eguali.
La severità dell’ordine religioso trova un corrispettivo nella regia, ormai mitica, di Robert Carsen, che arriva dritta al cuore del dramma con una scena quasi nuda. A dirigere l’orchestra è chiamato il franco-canadese Yves Abel, mentre nel cast si segnala Ekaterina Bakanova, che torna al Regio dopo il trionfo ottenuto nell’ultima Manon di Massenet.
Di per sé, la vicenda dei Puritani è piuttosto semplice: un triangolo amoroso, un contrasto per motivi politici, la minaccia di una tragedia, in questo caso sfiorata. Ma è la musica di Bellini a fare la differenza. Ogni azione umana, ogni conflitto, ogni male, è preso e trasformato in melodie lunghe, celestiali, dal profilo sinuoso, che sospendono il tempo e dal 1835 esercitano sugli ascoltatori un effetto ipnotico. Non importa che la storia si svolga in Inghilterra: l’orchestra del compositore, forse complici i natali catanesi, mantiene una luce mediterranea, quella stessa che affascinò Chopin e Wagner, e che gli stava aprendo le porte della celebrità in Europa, prima che la morte gliele chiudesse ad appena trentatré anni. Tra le sue opere, I puritani è forse la più raffinata nella strumentazione e la più varia nei caratteri: «il gaio, il tristo, il robusto dei pezzi, tutto è stato marcato dagli applausi», scrisse Bellini all’amico Francesco Florimo, all’indomani della prima al Théâtre-Italien di Parigi. La sua ultima opera è riproposta al Regio diretta da Francesco Lanzillotta, che a Torino si è già fatto apprezzare con Norma e La rondine, e cantata da fuoriclasse come John Osborn, Gilda Fiume e Simone Del Savio. Pierre-Emanuel Rousseau, dopo i recenti successi al Regio con Il barbiere di Siviglia e La rondine, firma per l’occasione un nuovo allestimento tra classicismo e neoromanticismo.
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